Eventi 2024

Travo, 25 aprile 2024

Cari amici, cari cittadini

(che bella la piazza.
Ho saputo che lo scorso anno a Monticelli Pier Luigi Bersani ha parlato 20 minuti a braccio, un discorso
bellissimo. Io scusatemi ho bisogno di leggere anche solo per questi nove minuti).

Prima di venire qui – molto onorata. Sicuramente molto agitata – sono andata a Bobbiano, località San
Giorgio, dove ancora ci sono segni di proiettili su certe case. Avevo bisogno di parlare con Pino Fumi,
maestro e partigiano, morto a gennaio, e avevo bisogno di farlo perché qualche giorno fa, vedete,
qualcuno mi ha detto con rancore reazionario “Giovedì vai al festival della retorica?“. E ci sono
rimasta male. Allora sapevo che in qualche modo avrei trovato Pino sulle colline e qualcosa mi avrebbe
pur detto, qui dove ha combattuto e me lo ha raccontato fino all’ultimo giorno.
Di lui ricordo il suono che facevano i passi lenti dell’essere diventato vecchio, il passo trascinato. Però
anche gli occhi umidi nel ricordare quando nell’offrire un sacco di stracci al comandante unico Emilio
Canzi su cui dormire gli disse: ho i pidocchi, mi scusi. E lui: tranquillo, anch’io. Così erano ridotti quei
nostri giovani, stracci e pidocchi, eppure sapevano bene dove stare.

Quando gli ho detto l’ultima volta “Allora grazie eh Pino per quello che avete fatto” lui mi ha risposto così:
era un dovere. Così mi aveva risposto in una intervista che conservo per imparare ogni giorno qualcosa
anche Eligio Everri, cui l’Anpi di Travo è orgogliosamente dedicata, e che ovunque sia ora per i suoi
valori ci manca moltissimo, soprattutto quando assistiamo allibiti e troppo psicologicamente inermi a una
certa cultura fantasiosa, vittimistica, riduzionista e subdolamente consolatoria che preferisce dimenticare,
anziché affermare con forza che è solo nella memoria che c’è la nostra coscienza; e se la memoria è
troppo morbida, beh, almeno allora ci si appelli alla Storia.

Se potessi, a chi riduce e dimentica, racconterei che l’altro giorno, in una scuola, ho chiesto a un
bambino quale fosse secondo lui l’arma più stupida. E lui mi ha risposto, secco: l’uomo.

L’uomo. E’ stato in quello che viene chiamato “il secolo del progresso” che sono stati bruciati 6 milioni di
ebrei. E come? Parcellizzando la responsabilità delle masse, quelle nazionalizzate. Faccio un pezzo io,
un pezzo tu, un pezzo lui, un pezzo lei: tutti ci sentiamo innocenti e invece è così che c’è chi compila i
nomi degli ebrei e dei diversi da cancellare – bastano un foglio e una matita – chi si volta dall’altra parte,
chi li carica sul treno, chi li divide, chi li porta in una stanza, chi gira la manopola del gas.
Ogni gesto non sarebbe nulla, da solo; eppure ciascuno ha ucciso, anche noi italiani brava gente, in quei
monumenti all’orrore, o nei luoghi dove ogni nostro paese – lo ripeto ogni nostro paese – ricorda sui
cippi i giovani trucidati, fucilati, impiccati, torturati, privati dei loro anni più belli, quelli che nessuno
avrebbe loro restituito.

Succede ancora dove la priorità è difendersi, scappare, pregare, sperare. Succede in troppe parti del
mondo in un’Europa di nazionalismi e senza noi qui riuscire a farci venire il minimo dubbio, una domanda
morale, al pari di quando il fascismo e il nazismo nacquero da idee in principio anche banali, da pensieri
che si pensavano sottovalutabili, e invece crebbero nell’innalzamento giorno dopo giorno del limite del
consentito all’avanzata della strutturata e meccanica disumanità. Accade, quando la disuguaglianza
inneggiante diventa criterio di lettura del mondo, come se le vite di altri valessero tutto sommato
un po’ meno della nostra.

La guerra che ha moltitudini di tifosi non è un incidente e oggi mi risulta difficile capire se si stiano
difendendo realmente la gente, la povera gente, i bambini nelle cantine, gli ospedali barbaramente non
tutelati, gli aiuti, o se si stia difendendo con un dibattito sterile, scomposto, drogatamente emozionale e
dicotomico l’idea di guerra, quella voluta, corteggiata anche qui oltre ottant’anni fa, prima che qualcuno
alzasse la mano e prendesse la strada dei monti anziché accodarsi al nazifascismo, dicendo il no che ci
ha consegnato oggi la democrazia capace di essere più forte di ogni rancore. Una democrazia
imperfetta, certo, una democrazia che ha tanti problemi, lo sappiamo, ma ci consente di essere qui, in
piazza Trento, a sperare, e dire viva la libertà.

Scrivo su un giornale che si chiama così, Libertà, il nome più bello del mondo, eppure anche quello fu
cancellato dal fascismo: allo storico quotidiano fondato da Ernesto Prati nel 1883 venne imposto di
chiamarsi La Scure per diciotto anni. Ripartì dopo la Liberazione e dopo alcuni mesi di Piacenza Nuova
come Libertà, era un’urgenza ristabilire l’ordine dei valori, e il 22 agosto 1945 ritornò in stampa.
In prima pagina, un fondo si intitolava “Di tutti” ed iniziava così, ve l’ho portato, lo tiene in mano ora
Mattia, l’ho lasciato com’era, ritrovato e unito con lo scotch, perchè non voglio che l’intelligenza artificiali
cancelli le ferite, perché sono le ferite e come le abbiamo affrontate a dirci chi siamo. Vi leggo la prima
riga: “Questo è il nostro destino. Di cercare la libertà“.

Non c’erano al tempo telescriventi, era rimasta solo una scrivania, salvata dalle bombe, e lì si
alternavano di giorno e di notte il direttore Prati e il giornalista partigiano e ribelle Giacomo Scaramuzza,
che oggi ha 101 anni e poche ore fa mi ha chiesto personalmente di portarvi i suoi saluti.

Di recente è stato insultato in quella cloaca chiamata social solo perché in prima pagina aveva provato a
spiegare con la sua penna cosa fosse Bella Ciao, il canto che inizia con “Una mattina mi sono
svegliato”, perché è in una mattina qualunque che può arrivare la guerra e lo abbiamo capito bene, e
perché è in una mattina qualunque, ogni mattina, che siamo chiamati a svegliare la nostra coscienza.

Dalla sua camera della casa di riposo, Scaramuzza vede la stessa strada dove liberò Piacenza insieme
ad altri coraggiosi sotto la pioggia battente, e quando ci vediamo mi ricorda quel Natale del 1944, quando
in piena guerra con altri due amici partigiani fu invitato da una famiglia di modesti valligiani a partecipare
al pranzo in casa, vicino a Farini. Piange, si commuove, nel ricordare quegli anolini segno di fratellanza.
Pochi giorni dopo uno dei suoi amici, Giancarlo Pizzi, sarebbe poi stato catturato dai tedeschi e fucilato
all’eccidio che costò la vita a 21 partigiani a Rio Farnese il 12 gennaio 1945.

Tra poco più di un mese, il 30 maggio ricorrerà anche il centenario del discorso di Giacomo Matteotti alla
Camera dei deputati – andiamolo a rileggere – pronunciato per contestare le elezioni del 6 aprile che
spalancarono la porta al fascismo; dopo solo 11 giorni da quelle potenti parole si consumò il suo stesso
omicidio, rapito e brutalmente assassinato da cinque camicie nere.
Non fece in tempo a vedere quel che sarebbe stato il fascismo, Matteotti. Ma non fece in tempo neppure
a vedere la nostra Costituzione, che è meravigliosamente citata nei gradini della scuola alle mie spalle e
che in tutti e 139 gli articoli grida l’antifascismo dell’Italia. Lo fa quando parla di dignità del lavoro,
perché l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, lo fa quando parla di uguaglianza, di
libertà di pensiero, di sanità per tutti. Neppure potè sentir pronunciare quegli articoli bellissimi Gazzola
Giovanni, Gino, di Francesco e Giovanna Mazzocchi: come emerge da una pubblicazione Isrec, era
nato a Travo il 4 aprile 1925, era come tanti un contadino. Divenne partigiano combattente nella brigata
Cattaneo dal luglio del 1944. Catturato a Peli di Coli, fu deportato in campo di concentramento a
Flossenburg. Numero di matricola 43643, morì a Porsckdorg e non tornò mai più dalla sua mamma,
dal suo papà, dalla sua Travo.

Cito lui per dire che furono tantissimi – 5.200 – gli internati militari italiani di Piacenza, della Valtrebbia.
Schiavi di Hitler, come Giuseppe Angiporti di Travo, o Giovanni Pizzini che viveva a pochi metri da
qui, e tantissimi altri. Doveroso ricordare anche le donne deportate e tra queste Medina Barbattini,
classe 1923, nata da una povera famiglia nella Gossolengo che di recente ha scelto di intitolarle la
scuola del paese, un gesto robusto e doveroso.

Medina lavorava in Arsenale ma dopo l’8 settembre 1943 si ribellò per non collaborare con i tedeschi, si
licenziò, entrò nella Resistenza: venne arrestata alla fine dell’agosto 1944, torturata nel carcere di
Piacenza, dove la volevano far parlare picchiandola con la frusta di nodi imbevuta di acqua e
drogandola. Non parlò. Non tradì i compagni, pur col volto tumefatto. Venne deportata a Ravensbruk.
Riuscì a sopravvivere anche alla marcia della morte e fu la prima donna in consiglio comunale a
Piacenza insieme a Rita Cervini, nel 1946.

Le idee di Medina si scelgono ogni mattina, appena svegli, e vanno trattate con cura, come i vestiti,
anche ora che non abbiamo forse i tedeschi in casa e i repubblichini alla schiena. I valori si trasmettono,
si vivono, i valori siamo noi. Nel Venticinque Aprile batte il cuore dell’Italia. Se queste persone hanno
sofferto così tanto per qualcosa dobbiamo deciderlo noi. Tutti i giorni, perché forse anche se ammazzate
non sono morte.

Muoiono, invece, ogni volta che vediamo una persona che soffre per colpa di un altro, esclusa,
emarginata, in difficoltà, ogni volta che ci raccontano che “tanto è uguale”, ogni volta che trattiamo con
sarcasmo feste nazionali come questa, ogni volta che ti dicono che credere nella pace è un delitto, o
quando qualcuno proveniente da qualche tribù ideologica sputa sulla nostra Costituzione, quella – non
mi stancherò mai e poi mai di ripeterlo – nata sui nostri monti, la stessa che di recente ancora ha
citato in occasione del suo secolo di vita Luigi Soldi, tra i fondatori dell’Anpi di Travo, di recente per
fortuna dimesso dall’ospedale di Bobbio da cui aveva chiesto di guardare dalla finestra i contorni
dell’Appennino.

Concludo con un grazie a tutti, all’amministrazione comunale di Travo e vedo presenti anche
amministratori di Coli e di Gossolengo, ringrazio l’Anpi di Travo, i Carabinieri, gli Alpini, le
Associazioni combattentische e d’arma, la Pubblica Valtrebbia, don Esopi, e permettetemi un
abbraccio a chiunque in questo momento stia soffrendo a causa dell’oppressione di uno su un altro, a
causa della crescente povertà, di una disgregazione valoriale, morale, che ci deve dare invece forza per
essere ancora più uniti e solidali, fratelli come quella notte di Natale ricordata da Scaramuzza intorno
all’ultimo piatto di anolini.

Oggi non è un giorno divisivo: oggi è il giorno della morte della dittatura perché una delle colpe più
grandi del fascismo è stato uccidere il senso di Patria e aggiungo nel nome di una patria che chiedeva il
sacrificio della vita perché le aquile tornassero a volare sui colli fatali.

Ai nostalgici e ai negazionisti opponiamo – mentre è in corso la sua beatificazione, che deve rendere tutti
a Piacenza orgogliosi – le parole del martire don Giuseppe Beotti, nato a Campremoldo e fucilato a
Sidolo dai nazifascisti per aver accolto un centinaio di ebrei in fuga. Disse “finché c’è un’anima da
curare io resto al mio posto“. E allora impariamo a restare nel nostro posto pure se quel posto è
scomodo e sembra sia pieno di spilli, e sarebbe comodo andare altrove, rinnegare chi siamo, i nostri
valori, gli amici, l’aiuto degli altri.

Se c’è da andare, invece, allora andiamo solo se andiamo a capire l’altro, andiamo a metterci nei suoi
panni una volta tanto, andiamo a riconoscere il giusto dallo sbagliato, a metterla la mano sul fuoco,
andiamo ad ascoltare il vento certi che qualcuno lì vi parli ancora, andiamo a imparare e a non
giustificarci sempre con il “tanto lo fa anche lui”, andiamo a capire che coraggio vuol dire agire col cuore,
andiamo a studiare su quei libri che i nati in guerra non si potevano permettere, andiamo ad ascoltare
chi ancora resiste. Andiamo.

Anche se la memoria personale o familiare non basta se non sa farsi collettiva, ognuno ricordi un attimo
il volto di suo nonno o di suo papà, di sua nonna e di sua mamma – nessuno ha mai detto che fossero
santi, ma erano uomini veri – e ognuno si ripeta oggi quel che gli è stato insegnato, le piccole cose che
sanno fare la differenza. E poi torniamo alla vita come i fiori nei prati, facciamola scoppiare questa felicità
come in quel giorno d’Aprile, che non sia doverci sentire perfetti, non sia ovattazione anestetica del
dolore, ma la certezza che è proprio il come lo affrontiamo e lo ascoltiamo a renderci persone migliori.

A tanti di noi è stato insegnato questo: che se è vero che i morti sono tutti uguali, la differenza la farà solo
però il modo in cui abbiamo vissuto e le scelte che abbiamo fatto. Se questo, allora, è stato il Festival
della retorica vi chiedo scusa.

Viva le stelle che ancora si vedono nella notte, viva il 25 Aprile, viva l’Italia liberata.

E siccome ci sono parole per qualcuno impronunciabili, senza capire che la censura ha come
unico effetto quello di moltiplicarne gli antidoti, diciamo anche così: ieri partigiani. Oggi
antifascisti.

Alcune immagini, scattate e concesse alla nostra sezione da Pietro Zangrandi, di questo bellissimo 25 Aprile a Travo.